I sistemi di monta tradizionali si basavano sulla costrizione del cavallo, che veniva addestrato ad eseguire determinati comportamenti tramite l’uso di stimoli negativi.
Fu un capitano di cavalleria italiano,  Federico Caprilli, a comprendere che il cavallo non era una bestia da sottomettere ma un essere intelligente e sensibile da guidare. Se nella doma classica il cavaliere imponeva la sua volontà all’animale, la monta naturale di Caprilli si basava sulla convinzione che l’animale desse il meglio di sé quando il cavaliere assecondava i suoi movimenti, invece di ostacolarli.
Teorie rivoluzionarie per un’epoca in cui il cavallo veniva ritenuto incapace persino di saltare un ostacolo senza che il fantino spostasse busto e redini completamente all’indietro per imporgli l’azione. Caprilli sfidò ogni preconcetto saltando un ostacolo lasciando le redini e abbassandosi verso il proprio cavallo, una tecnica che gli consentì di vincere numerose competizioni.

La monta naturale si diffuse ben presto in tutta Europa e determinò la nascita di un nuovo modo di addestrare il cavallo, detto anche doma dolce. Il cavaliere deve accettare l’unicità dell’animale, un essere dotato di un carattere unico e peculiare, comprenderne la comunicazione non verbale e le dinamiche sociali, in questi modo il cavallo non ubbidirà ai comandi, ma risponderà alle richieste di un compagno fidato.

La monta a pelo

La monta naturale si è naturalmente evoluta in un modo di cavalcare meno artificiale e senza costrizioni fisiche, come morsi e selle rigide.
Cavalcare a pelo significa ridurre al minimo le barriere tra il cavaliere e l’animale, pertanto non si usano selle, staffe e morsi, ma solo finimenti leggeri come la capezza naturale perché il cavallo è addestrato a rispondere a movimenti leggeri delle gambe e ai comandi vocali.